Tor Sapienza, ovvero com’è difficile fare politica nelle periferie romane

Articolo di Federico Tomassi, pubblicato sul sito del Centro per la Riforma dello Stato il 25 novembre 2014

L’ascesa agli onori della cronaca del quartiere romano di Tor Sapienza fa entrare nell’immaginario collettivo un nuovo luogo delle periferie urbane, dopo (per dire solo gli ultimi) Tor di Quinto, Tor Pignattara e San Basilio. Come i suoi predecessori è molto citato ma poco conosciuto, nel senso proprio di sapere dove è fisicamente all’interno della città, rispetto al centro storico abitato e vissuto da gran parte di politici, amministratori e giornalisti. Si scoprirebbe così che non è estrema periferia come si può immaginare, ma è piuttosto raggiungibile dal centro e non troppo lontano da quartieri più noti come Centocelle.

Tor Sapienza fa parte – seguendo l’analisi di Walter Tocci – della periferia anulare, la grande fascia che impegna l’area compresa tra la circonvallazione (in questo caso viale Togliatti) e il Raccordo con una forma urbana prevalentemente granulare e isolata dagli insediamenti circostanti, delle “monadi urbane collocate in modo caotico nello spazio geografico”, diversamente dalla maggiore densità e continuità della periferia storica più vicina al centro. Anzi, in realtà non è neanche un quartiere omogeneo, quanto invece la giustapposizione di due nuclei differenti (per un totale di 13mila residenti) che non si parlano granché: la vecchia borgata estensiva nata negli anni 20 nell’allora Agro romano con edifici bassi, insieme alle più recenti case popolari intensive lungo l’anello stradale di viale Morandi, costruite su una collinetta a fine anni 70 dalle giunte di sinistra, che sono state l’epicentro delle cronache.

La caratterizzazione di Tor Sapienza come parte della periferia anulare è importante, perché molti suoi problemi derivano dalla posizione relativamente isolata nel quadrante est, e quindi facilmente circondabile da realtà che contrastano con l’idea di qualità della vita: il Mattatoio, i grandi piazzali e viali dedicati alla prostituzione (giorno e notte) e al mercato della domenica mattina (con annessa vendita di merce rubata), i campi nomadi dove si bruciano cavi per ottenere rame generando quotidiani fumi tossici, gli accampamenti abusivi degli immigrati, i centri di accoglienza stabiliti dal Comune (quando c’era Alemanno), aree industriali abbandonate o sottoutilizzate, piloni e rampe stradali, smorzi e discariche varie.

Aggiungiamo la scarsa accessibilità del trasporto pubblico limitato a rari autobus incolonnati sulla via Prenestina e sulla Collatina, oltre alla fermata della ferrovia regionale che porta alla stazione Tiburtina ma con una frequenza variabile tra 15 e 40 minuti, nonché l’illuminazione pubblica carente che lascia al buio intere strade, e infine la composizione sociale del quartiere orientata ai redditi medio-bassi più colpiti dalla crisi economica, dalla disoccupazione e dalle scarse opportunità per i giovani.

Se non bastasse, l’intera città sta vivendo anni caratterizzati dall’assenza e dal non rispetto delle regole, che comportano una diffusa corruzione per ottenere diritti come fossero benefici gentilmente elargiti, e una sensazione di anarchia e di impunità a beneficio di miriadi di corporazioni che diventa terreno fertile per illegalità e violenze più gravi, ma anche semplicemente un disordine estetico e un degrado esteso che fa percepire come provvisorio tutto l’arredo urbano, e condiziona il modo e la qualità della vita dei cittadini.

Ciò non deriva solo dall’incapacità di Alemanno, la cui vittoria è stata anzi il sintomo che i 15 anni di Rutelli e Veltroni avevano lasciato irrisolti questi nodi. Il “modello Roma”, pur corrispondendo a una crescita reale dell’economia a cavallo del 2000, non ha saputo rimediare all’accentuarsi del dualismo territoriale, sociale e culturale della città. La crescita non si è ripartita in maniera sufficientemente omogenea sul territorio, anzi in alcuni casi ha aggravato gli squilibri esistenti nella ripartizione sociale della ricchezza e delle opportunità.

Sui 19 ex municipi di Roma, il 7° che comprendeva Tor Sapienza aveva il penultimo indice di sviluppo umano, il terzultimo indice di benessere socio-economico, il quarto peggiore indice di capitale culturale e capitale di servizi. Reddito e consumi pro capite sono inferiori alla media di Roma e del Lazio. In particolare a Tor Sapienza, sebbene la composizione demografica e la presenza di stranieri siano simili al resto della città, sono significativamente inferiori alla media romana il tasso di laureati e persino di diplomati.

Otteniamo un quadro chiaro ed esauriente del motivo per cui una semplice e banale miccia come pochi stranieri ospiti del centro di accoglienza può creare un incendio di portata nazionale, senza dover scomodare le infiltrazioni neofasciste o le strumentalizzazioni politiche (che pure ci sono state). Non ci vuole uno scienziato per prevedere che potevano sorgere dei problemi. Questo, ovviamente, non significa giustificare le aggressioni, le molotov o i razzisti. Significa solo fare politica e adoperarsi per risolvere i problemi, non per spostarli in altri quartieri o persino aggravarli.

Ma è proprio la politica – e in particolare la politica partecipata sul territorio tipica della sinistra – a essere in difficoltà nelle periferia anulare dove sorge Tor Sapienza, e ancor più in quella esterna al Raccordo. Le  polarizzazioni dell’urbanistica e dell’economia incidono sui risultati delle elezioni: la vecchia “cintura rossa” è ormai spezzata in due, con la periferia storica che costituisce la base sociale delle giunte di centrosinistra mentre nei quartieri più lontani prevale il centrodestra, rafforzato proprio dai conflitti legati all’immigrazione. Nel voto romano degli ultimi quindici anni vige una sorta di legge gravitazionale, in cui l’attrazione del Campidoglio ha un effetto opposto sulle due principali coalizioni man mano che ci si allontana verso le periferie. I voti ottenuti dal centrosinistra sono direttamente proporzionali alla vicinanza con il centro, con il massimo nella periferia storica, un valore intermedio nella periferia anulare, e il minimo fuori dal Raccordo. Viceversa, il centrodestra cresce all’allontanarsi dal cuore della città, con l’eccezione del 2013 quando il suo ruolo è stato conquistato da Grillo.

Questa tendenza a Tor Sapienza comincia nel 2006, quando Veltroni fu riconfermato con 1,6 punti percentuali meno della media romana, rispetto alle elezioni precedenti in cui il voto del quartiere era praticamente in linea con il valore cittadino. La dinamica si è accentuata in maniera netta nel 2008, quando Rutelli alle comunali ottenne 4,2 punti in meno e Zingaretti alle provinciali 3 punti in meno, mentre specularmente Alemanno e Antoniozzi presero più della media romana, e nel 2010, quando la Bonino lasciò 3,2 punti e la Polverini ne guadagnò 3,3. Nel 2013 il ballottaggio comunale presenta lo stesso andamento, con Marino che ottiene 3,1 punti in meno rispetto alla media romana e chiaramente Alemanno 3,1 in più. Alle regionali del 2013 emerge invece il fenomeno del M5S, che sostituisce il centrodestra nella capacità di interpretare meglio i sentimenti di queste periferie: se Zingaretti prende 4,4 punti in meno della media romana (il risultato peggiore dal 2000), anche Storace ottiene 1 punto in meno, perché è il grillino Barillari a conquistare sorprendentemente 5,8 punti percentuali in più rispetto al valore cittadino.

Ovviamente la distanza dal Campidoglio e la “perifericità” sono solo un sintomo di fenomeni più complessi, che riguardano dinamiche storiche e demografiche, condizioni socio-economiche e assetto urbanistico. La saldatura sociale, urbanistica ed economica dei quartieri della periferia anulare con il resto di Roma è una delle principali occasioni mancate dalle amministrazioni Rutelli e Veltroni. L’elettore di centrosinistra abita per lo più nei quartieri densi del centro e della periferia storica, dove sono più ravvicinate e ricche le relazioni sociali, e dove sono maggiormente accessibili i beni pubblici e le occasioni di incontro. Al contrario, gli insediamenti sparsi della periferia anulare e fuori dal Raccordo, indipendentemente dai livelli di reddito e istruzione, limitano le reti e gli spazi di partecipazione alla vita collettiva e determinano un basso livello di relazioni, scambi e fiducia interpersonale, entrando più facilmente in sintonia con istanze e proposte del centrodestra o, nelle elezioni del 2013, dei grillini.

Se la situazione è questa, la soluzione non può essere più forze dell’ordine o più telecamere, ma deve consistere in una politica più concreta ed efficace. Serve interrompere la spirale di degrado e tornare a governare attivamente la città, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita dei romani, ponendo al centro dell’azione politica una nuova attenzione verso la fatica della vita quotidiana e il rispetto delle regole. Serve scegliere attentamente le priorità del bilancio comunale, evitando gli sprechi in grandi opere e grandi progetti che non risolvono problemi ma anzi creano ulteriori costi di manutenzione e gestione. Serve affrontare le politiche sociali e di accoglienza abbandonando la logica frammentaria ed emergenziale, in cui si risolve una criticità (per esempio, uno sgombero) creandone un’altra (dove mettere gli sgomberati), e non basandosi più su operatori sociali esternalizzati e precari. Serve invertire la tendenza alla prevalenza della mobilità privata e alla mortificazione degli utenti del trasporto pubblico, investendo in nuovi tram (un prolungamento del 14 fino a Tor Sapienza?) e nel potenziamento delle ferrovie regionali, per realizzare la “cura del ferro”.

Una tale inversione di tendenza nelle periferie passa per una maggiore sinergia con le tante soggettività del territorio, con cui gli amministratori devono entrare in sintonia per utilizzarle come supporto e molla dei cambiamenti, a cominciare da associazioni, blog o singole persone che si attivano su temi specifici, con competenze e motivazioni che farebbero molto comodo.

È solo lavorando così sul territorio che si può aumentare la disponibilità di spazi pubblici e la condivisione dei beni comuni e collettivi, creando occasioni di scambio e di incontro, e sviluppando luoghi e servizi che siano punti di riferimento per i cittadini, a Tor Sapienza come nel resto delle periferie romane.