Geografia delle disuguaglianze

di Keti Lelo, Salvatore Monni, Federico Tomassi

Nel 2020 Roma moderna compie 150 anni. In questo secolo e mezzo la città è cresciuta sessanta volte tanto. Ma piuttosto male, in verità. Diciamolo, non è venuta per niente bene. Il suo meraviglioso centro antico, le aree archeologiche, il reticolo medievale, le grandiosità rinascimentali, il sistema sistino, le morbidezze barocche, le chiese, le piazze, le fontane, le scalinate, Michelangelo, Bernini, Borromini, Valadier, tutto questo è ancora lì, più o meno conservato, a stento sopravvissuto a sventramenti e demolizioni. Ma quel che selvaggiamente le è cresciuto intorno, soprattutto dalla seconda metà del Novecento, è stato un susseguirsi di frettolosi riempitivi di risulta, senza garbo né slancio.

Quel che in ogni caso si può sostenere è che se in questi centocinquant’anni le cose sono andate come sono andate, di sicuro Roma ne è stata più vittima che artefice.
Non appaia retorico il riferirsi alla storia, poiché per molti versi si è ancora alle prese con quella “questione romana” tanto controversa quanto rimossa, che sembra non aver mai soluzione né esito condiviso. Roma proclamata capitale più per impatto simbolico che per convinzione politica, più per rassegnata convenienza che per scelta strategica: più costretta che consapevole, mai del tutto riconosciuta, mai del tutto accettata.

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