Airbnb: dalla sharing economy a una nuova frontiera imprenditoriale

di Manuela Ciorra, Alessandro De Iesu, Flavia Finizio, Eleonora Muzi, Angelo Sileo

Obiettivo della nostra indagine è analizzare l’impatto della piattaforma Airbnb sulla città di Roma. Nata come strumento di sharing economy, infatti, si è poi trasformata in qualcos’altro. Al fine di compiere questa indagine sono stati utilizzati dati di prima e di seconda mano quali fonti giornalistiche, dati provenienti dal sito Inside Airbnb e dal blog #mapparoma, un questionario distribuito online agli host della Capitale e, infine, un’intervista qualitativa – via mail – alla ricercatrice e giornalista Sarah Gainsforth.

Airbnb è un portale online e un’applicazione per dispositivi mobili che mette in contatto persone in cerca di un alloggio o di una camera, con altre che dispongono di stanze o interi appartamenti, ville, castelli, dimore storiche e molto altro.

Nasce nel 2007 dall’idea di due giovani designer neolaureati, Brian Chesky e Joe Gebbia, i quali, messi alle strette da una richiesta di aumento di affitto del 25%, decisero di affittare gli spazi non utilizzati della propria casa offrendo tre letti gonfiabili dove dormire e la colazione.
Nel 2009 ebbero il primo finanziamento di 20.000 dollari. Ribattezzarono il business Airbnb e presto Sequoia, impresa di venture capital, garantì loro un capitale di 600.000 dollari.
I punti a favore di Airbnb al momento della sua nascita erano molteplici: possibilità di fare un’esperienza locale; strumento di coesione sociale; concorrenza ad un’ospitalità dagli standard e dall’estetica obsoleta; prezzo vantaggioso; fonte di reddito per l’economia locale; consumo di suolo quasi nullo.

Tuttavia, con il passare degli anni e la crescita della piattaforma, alcuni dei suoi principi cardine sono venuti meno: il contatto umano tra host e guest è diminuito, sostituito da sistemi automatizzati di consegna delle chiavi o da servizi di intermediazione. L’host si fa imprenditore: gestisce l’affitto di seconde case dedicate esclusivamente a brevi soggiorni e cura gli arredi e le foto secondo un’estetica globalizzata.

Se ovunque è “casa”, la nozione stessa di domesticità perde di intensità. Airbnb mira ad essere un’alternativa in campo ricettivo che attiri i gusti dei millennials, i quali viaggiano molto di più e nel farlo cercano di spendere poco, andando alla ricerca dell’esperienza locale, un folklore però edulcorato da una sistemazione sicura che rifletta i propri canoni estetici e i propri bisogni.

Sara Gainsforth sottolinea come Airbnb abbia permesso l’ingresso nel mercato della ricettività a tanti non-professionisti ampliando, di fatto, l’offerta.

Fino a Febbraio 2020 erano presenti 31359 strutture ricettive, così distribuite: la metà sono nel solo I Municipio (16461), seguito a distanza da VII (2.466), II (2.391), XIII (2.055), XII (1.595) e V (1.282); il minimo si registra nel VI (285), IX (375) e III (459) Municipio; il maggior numero di alloggi si trova nel Centro Storico (4.412), a Esquilino (4.129), a Trastevere (1.857) e intorno al Vaticano; degne di nota anche alcune zone della periferia storica ben collegate con il centro e con la stazione Termini quali San Giovanni, Pigneto, Tuscolano, Nomentano, San Lorenzo (500-700 alloggi), che rischiano di svuotarsi anch’esse di residenti e subire le trasformazioni associate alla turistificazione.

Mappa 1: Airbnb nelle zone urbanistiche, Febbraio 2020. Fonte: insideairbnb.

Da cosa dipende la concentrazione di Airbnb nella capitale?

Ci sono più Airbnb nel centro di Roma, quello a più alta concentrazione di mezzi; tuttavia, un numero consistente di Airbnb si registra anche in zone più periferiche (Ostia) dove la linea metro permette di raggiungere il centro di Roma in maniera non troppo difficoltosa.

Inoltre, abbiamo indagato il rapporto tra la distribuzione degli alloggi per zona urbanistica e i luoghi di cultura presenti nella Capitale. I luoghi di cultura si concentrano principalmente nel Centro Storico, all’Eur e presso Ostia Antica, in parallelo rispetto alla concentrazione degli Airbnb.

Mappa 2: Distribuzione dei musei nelle zone urbanistiche.

Una criticità da individuare è, perciò, la seguente: se è vero che Airbnb abbia dato la possibilità alle zone più periferiche di inserirsi nel mercato turistico, è vero anche che queste strutture attirano poco i turisti, perché spesso mal collegate e prive di attrattività. Infatti, in termini di guadagno medio mensile e di percentuale di uso sull’offerta, le aree centrali sono nettamente più performanti rispetto alle periferie, a supporto della tesi che il centro storico fino all’inizio della pandemia, gli affitti a breve termine costituiscono una essenziale fonte di guadagno per chi possiede un immobile.

Mappa 3. Guadagno medio mensile per interi appartamenti.
Mappa 4: Percentuale di utilizzo rispetto all’offerta.

A seguito dell’analisi su dati secondari, abbiamo approfondito il fenomeno distribuendo un questionario a 51 host della capitale.

Il 92,% del campione affitta un locale di sua proprietà. Di questo 92%, il 42,9% lo ha acquistato come investimento. Quasi il 30% affitta altri locali sempre tramite Airbnb a conferma che una piattaforma nata a scopo di sharing economy ha finito con incentivare l’attività imprenditoriale. Riguardo al locale che gli host affittano, la distribuzione ottenuta dalle loro risposte è la seguente: il 43% affitta un locale nel centro storico. Tuttavia, una buona parte degli affittuari vive in un altro quartiere e solo il 37,3% degli host vivono nello stesso Municipio in cui si trova l’abitazione affittata sulla piattaforma.

L’indagine è proseguita chiedendo la motivazione per la quale gli host non abitassero nello stesso Municipio nel quale si trovava la casa affittata su Airbnb. La raccolta delle risposte più frequenti mostra che ben il 36% del campione preferisce non vivere al centro perché confusionario ma, piuttosto, affittare il locale e vivere in periferia; il 30% dichiara di aver ereditato la casa da parenti e che preferisce affittarla. Questo conferma che gli affitti a breve termine, nelle grandi città turistiche come Roma, sono più profittevoli di quelli a lungo termine e di una vendita. Il resto dichiara, infine, di aver acquistato una casa come investimento e, in alcuni casi, che le case sono troppo piccole per poterci vivere con la propria famiglia.

Grazie ai dati ottenuti dall’indagine quantitativa possiamo concludere che Airbnb è diventato per molti uno strumento imprenditoriale. Ci sono, infatti, molti host presenti sulla piattaforma che acquistano appartamenti in zone particolarmente profittevoli e turistiche della città con il solo scopo di affittarle a breve termine.

L’indagine si è conclusa chiedendo a Sarah Gainsforth se Airbnb rappresentasse un’opportunità o una minaccia. Questa è stata la sua risposta: «nella primissima fase, Airbnb è stata un’opportunità per i suoi utenti. Inizialmente infatti gli host mettevano in affitto a turisti una stanza nel proprio appartamento o, saltuariamente, l’intera casa. Ma è bastato poco tempo perché quello che era nato come un modo per arrotondare diventasse un vero e proprio business, con sempre più case subaffittate o acquistate a questo scopo, sottratte alla funzione residenziale e al mercato delle locazioni ordinarie e affittate a breve termine a turisti tutto l’anno. Quindi, no, non è un’opportunità ma una minaccia. Di più, se il vero problema è quello del crollo dei redditi da lavoro, per cui molti si sono reinventati affittacamere, è sbagliato pensare ad Airbnb come una soluzione: semmai può tamponare l’emergenza. Il vero problema, legato alle politiche del lavoro, resta irrisolto, e presentare Airbnb come una soluzione contribuisce solo a distrarre l’attenzione dal vero problema. Il fatto che la casa, il tempo, la propria automobile (pensiamo a Uber), siano diventati merci di scambio, strumenti per arrotondare, occulta gli effetti sui redditi e i salari che hanno avuto le politiche neoliberiste degli ultimi decenni».

Fonti:


Manuela Ciorra, Alessandro De Iesu, Flavia Finizio, Eleonora Muzi, Angelo Sileo – studenti del corso di Laboratorio di analisi urbana e regionale, Dipartimento di Economia Aziendale, Università Roma Tre, a.a. 2019-20.

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