Questa quarantasettesima mappa segna per noi un momento importante: sono passati dieci anni dall’avvio dell’esperimento del gruppo di ricerca #mapparoma. Il blog rispecchiava e continua a rispecchiare la nostra volontà, come abbiamo scritto nella mappa “zero”, di offrire una finestra sulle reali differenze esistenti nella città, sulle caratteristiche e sulle dinamiche di un territorio grande e complesso. In questi dieci anni abbiamo mappato gran parte degli ambiti per i quali sono disponibili dati a livello di zona urbanistica, leggendoli anche attraverso la lente delle “sette Rome”. L’istruzione e la demografia, l’occupazione e le elezioni, la casa e i servizi pubblici o privati, lo sviluppo umano e le differenze di genere, l’esclusione sociale e il reddito, il Covid e le isole di calore, l’archeologia e la povertà energetica, le politiche di coesione e i censimenti. Riprendiamo ora a leggere la città attraverso le nostre mappe, utilizzando i dati del recente referendum per osservare come si distribuisce il voto nei quartieri di Roma.
Il referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026 ha visto a Roma una netta affermazione del “no”, con oltre il 60% dei voti, superiore alla media nazionale del 54%, e un’affluenza del 64%, anch’essa più alta del 59% italiano. Questo risultato si colloca in controtendenza rispetto a quanto emerso alle elezioni politiche del 2022, vinte dal centrodestra nel Lazio come nel resto del Paese, e alle elezioni regionali del 2023, quando fu eletto Francesco Rocca con un marcato calo della partecipazione.
Come sempre nelle mappe elettorali, cerchiamo di osservare come si inserisce il voto referendario nella struttura urbana di Roma e nelle sue diverse aree, molto eterogenee per caratteristiche sociali, economiche e urbanistiche, a cominciare dallo sviluppo umano, dal reddito e dai dati demografici e sociali del censimento (parte 1 e parte 2).
Vediamo anche in quale misura il voto si sovrappone o si discosta dalla geografia politica emersa nelle ultime elezioni. Nelle prime analisi sono state evidenziate dinamiche territoriali che mostrerebbero un’inversione di tendenza rispetto alla cosiddetta “sinistra della ZTL”. Alla prova dei dati questa interpretazione risulta solo parziale, poiché le differenze con le precedenti elezioni appaiono l’esito di dinamiche nazionali abbastanza omogenee sul territorio. In parte il voto ricalca anzi l’esito del referendum costituzionale del 2016, quando il “sì” vinse largamente nei quartieri centrali e più agiati ma perse in quelli periferici.
L’affluenza
Il primo dato che emerge è il ritorno della partecipazione alle urne: il referendum ha mobilitato in modo significativo l’elettorato romano. L’affluenza, intorno al 64%, è tornata su valori pari a quelli delle politiche 2022, e nettamente superiori a quanto registrato alle europee 2024 e soprattutto alle regionali 2023, quando fu esattamente la metà, ma anche alle comunali 2021, in particolare al ballottaggio.


Persistono però forti differenze di partecipazione tra le “sette Rome” e tra i quartieri. L’affluenza è più elevata nelle aree centrali: il record nella città ricca (71%) e poco meno nella città storica e nella città compatta (circa 66%). Ancora una volta, la partecipazione segue la geografia delle opportunità: dove istruzione e occupazione sono maggiori, si vota di più. Si tratta dei quartieri con maggiore densità di popolazione e con più piazze, dove i residenti diminuiscono, l’età media è elevata, le famiglie sono poco numerose, i laureati sono molti (dove il tasso di laurea è alto, l’affluenza ha superato il 70%) e lo sono anche gli occupati, e in generale il disagio sociale mostra livelli bassi. Se la città dell’automobile è in linea con la media cittadina, invece l’affluenza si riduce nella città del disagio e nella città-campagna (54-55%), in particolare nelle periferie orientali e nelle aree più esterne, ossia circa 10 punti percentuali meno della media.

Guardando all’affluenza nelle zone urbanistiche (mappa a sinistra), livelli nettamente superiori alla media, pari al 73-74%, sono nei quartieri della città ricca e di quella compatta come Trieste, Della Vittoria, Monte Sacro, Nomentano, Salario, Flaminio e Medaglie d’Oro a nord, ma anche Grottaperfetta (record col 75%), Villaggio Giuliano, Navigatori e Tre Fontane a sud. Al contrario, gli unici quartieri dove ha votato meno di metà dell’elettorato sono Tor Cervara (46%) e San Vittorino (49%) a est, ma la partecipazione è stata di poco superiore (51-53%) nelle zone di Lunghezza, Borghesiana, Torre Maura e Torre Angela, che comprende anche Tor Bella Monaca, ancora a est, Santa Maria di Galeria e Ponte Galeria a ovest, Porta Medaglia a sud.

Il “sì” e il “no”
Il “no” prevale a Roma e in tutte le “sette città”, seppure in misura diversificata: i valori più elevati e superiori alla media romana si registrano nella città compatta (65%) e in quella storica (61%), mentre rimangono di poco sotto la media la città ricca, dell’automobile e del disagio (56-58%), per arrivare al dato più basso della città-campagna (53%).

Le caratteristiche del voto per il “no” sono in parte sovrapponibili a quelle della maggiore affluenza, soprattutto per quanto riguarda l’elevata densità di popolazione, il numero di piazze, la riduzione dei residenti, l’età media alta, i pochi componenti dei nuclei familiari e l’alto tasso di occupazione. Tuttavia, emerge una grande differenza in termini di tasso di laurea e conseguentemente di disagio sociale, poiché il voto più consistente per il “no” è venuto dai quartieri dove l’istruzione è a livelli medi, rispetto a dove è più elevata, con una dinamica non lineare che deriva appunto dal forte consenso per il “sì” nella città ricca e in alcuni quartieri centrali.

Analizzando il voto per il “no” nelle zone urbanistiche (mappa a destra), le percentuali maggiori sono appunto quasi tutte nella città compatta intorno al centro, con il record di San Lorenzo (76%) e valori di poco inferiori a Monte Sacro, Ostiense e Garbatella (circa 72%), cui seguono Trastevere (quasi 70%), Valco San Paolo, Quadraro, Tufello, Appio, Saccopastore, Latino e Testaccio (circa 68%).
Le sole tredici zone dove il “no” è rimasto sotto al 50%, e quindi ha vinto il “sì”, sono invece riconducibili a tre tipologie diverse: la città ricca con Parioli (dove il “no” raggiunge il minimo del 40% e quindi il “sì” il record di quasi il 60%), Acquatraversa, Tor di Quinto e Farnesina (“no” al 42-44%) e Appia Antica nord (47%); la città-campagna con Boccea, Cesano, Grotta Rossa est, Prima Porta, Pantano di Grano, La Storta e Santa Maria di Galeria (45-48%); infine, il Centro Storico (49%).
Dalle politiche 2022 al referendum 2026
Per confrontare le dinamiche elettorali, prendiamo come riferimento le elezioni politiche del 2022, che ebbero un’affluenza simile al referendum. Il voto per il “sì” nel 2026 è costantemente inferiore alla somma delle percentuali ottenute nel 2022 dal centrodestra e dall’allora “terzo polo”. Quest’ultimo infatti era composto da Azione di Calenda e Italia Viva di Renzi, che in questa campagna referendaria hanno rispettivamente sostenuto il “sì” o lasciato libertà di voto (anche considerando che secondo le analisi dei flussi solo due terzi di questi elettori hanno votato “sì”). A livello romano la differenza è di 8 punti percentuali in meno, con una grande omogeneità tra le “sette città”, dove si discostano di poco solo la città storica (7 punti in meno) e quella ricca (quasi 10).
Al contrario, il voto per il “no” nel 2026 è sempre superiore alla somma delle percentuali ottenute nel 2022 dal centrosinistra e dal M5S che concorrevano separati. Nella media cittadina lo scarto è di 14 punti percentuali, anche in questo caso con una notevole omogeneità tra le “sette città”, dove si differenzia solo la città storica (12 punti in più). A parte poche eccezioni, quindi, il potenziale bacino di voti del centrodestra si è recato alle urne e ha votato “sì” di meno, mentre il cosiddetto “campo largo” ha partecipato di più e convintamente per il “no”, seguendo dinamiche in larga parte nazionali, che si innestano su una struttura territoriale stabile.
Nella città compatta il “no” assume i tratti di un voto coerente e polarizzato, sostenuto da un elettorato con istruzione elevata, occupazione medio-alta e forte partecipazione, che ormai da molti anni rappresenta un importante bacino di consenso per il centrosinistra. Nella terminologia di YouTrend, sono i territori “resistenti”, con un consenso forte per il centrosinistra (più che per il M5S) e un convinto sostegno per il “no”. Le analisi dei flussi mostrano infatti come la quasi totalità degli elettori di PD, M5S e AVS abbia votato “no”, esprimendo probabilmente così non solo la contrarietà alla riforma costituzionale, ma in generale al governo Meloni. Tra i partiti di opposizione l’affluenza è stata infatti straordinaria rispetto ai precedenti, tanto più che anche una parte degli elettori astenuti nel 2024, ma che nel 2022 avevano votato per il M5S, sono tornati alle urne per votare “no”.
Non si osserva una spinta opposta per il “sì” nella città del disagio e nella città-campagna, ossia nelle periferie più fragili, con reddito e istruzione bassi e minore occupazione. Sempre usando la terminologia di YouTrend, sono i territori “dormienti”, che alle politiche 2022 e alle regionali 2023 avevano premiato il centrodestra, ma dove in passato aveva vinto il M5S populista delle origini. In queste aree la partecipazione è stata più bassa e il voto meno polarizzato, in particolare nella città del disagio. Il blocco del centrodestra non è rimasto quindi coeso al referendum: il suo elettorato appare più frammentato e meno mobilitato, incidendo soprattutto attraverso l’astensione e non riuscendo a compensare la partecipazione più elevata del centrosinistra nella città compatta.
Il comportamento più interessante è però quello della città storica (con l’eccezione di Trastevere e Testaccio), che è stata una roccaforte del centrosinistra nel 2022 e 2023, e della città ricca, dove il “terzo polo” aveva ottenuto un risultato significativo, senza dimenticare che anche parte dei riformisti del PD ha sostenuto il “sì” contrariamente alla linea della segreteria. In queste aree l’affluenza è tra le più alte della città, coerente con i livelli elevati di istruzione, occupazione e reddito, ma il voto per il “no” risulta meno consistente, probabilmente come riflesso della presenza di un elettorato più plurale. Si spiega così almeno in parte il comportamento anomalo della cosiddetta “sinistra della ZTL”, che in realtà – più che mostrare segni di un ritorno al passato – è risultata in questa occasione convinta sostenitrice della riforma costituzionale come già accadde per il referendum di Renzi nel 2016.

e centrodestra + terzo polo alle politiche 2022

e centrosinistra + M5S alle politiche 2022
Nel complesso, il referendum non ha ricalcato la geografia delle elezioni precedenti né la tradizionale divisione tra centrosinistra e centrodestra, ma ha reso evidente, in linea con le nostre analisi, che le disuguaglianze territoriali di Roma si riflettono anche nei comportamenti politici e nei livelli di partecipazione. Le “sette città” non si distinguono solo per reddito, istruzione o condizioni di vita, ma anche per quanto si vota e come si vota, tra le aree dove la partecipazione è più diffusa e quelle con livelli più bassi di partecipazione.
La vittoria del “no” appare come l’esito di una coalizione sociale ampia e asimmetrica: trainata dalla città compatta, dove il voto è più coerente e partecipato, sostenuta dalla città storica, più plurale ma fortemente mobilitata, e solo marginalmente influenzata dalle periferie, dove il voto al centrodestra non si è tradotto in un orientamento altrettanto coeso, ma in una minore partecipazione. Il consenso per il “sì” nella città ricca non è stato sufficiente a compensare questo squilibrio.
NOTA: nell’analisi sono considerate solo le zone urbanistiche con più di 1000 elettori.
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Fonte: elaborazione su dati del Ministero dell’Interno, resi disponibili in formato aperto da Gabriele Pinto.
