Le 7 città di Roma

L’articolo scritto per il 150° della breccia di Porta Pia, pubblicato dal Messaggero il 17 settembre 2020.

Una metropoli che contiene sette città, così la Capitale ha cambiato il suo volto (di Keti Lelo, Salvatore Monni e Federico Tomassi)

Esattamente 150 anni fa, il 20 settembre 1870, i bersaglieri entravano a Roma attraverso la breccia di Porta Pia, ponendo fine al millenario potere temporale della Santa Sede, e consegnando al giovane Regno d’Italia la tanto agognata Capitale, sancita ufficialmente il 3 febbraio 1871.

Cominciava così, con il trasferimento di tutta la pubblica amministrazione da Firenze a Roma, un secolo e mezzo di inesorabile espansione urbana. Roma era una piccola città di 200mila abitanti, un denso ammasso di case, chiese e monumenti che occupavano la pianura lungo le anse del Tevere, per una superficie molto inferiore rispetto a quella cinta dalle Mura aureliane. Tutto intorno un povero suburbio pieno di vigne e poi chilometri di Agro romano: le tenute improduttive e malariche appartenenti al clero, all’aristocrazia nera e ai mercanti di campagna. Su questo territorio si svilupperà la nuova Capitale, fino a diventare una metropoli di 3 milioni di abitanti, cui si aggiunge un altro milione nei comuni della prima cintura. Un aumento impetuoso della popolazione di quasi 15 volte, molto diverso rispetto ad altre capitali europee come Parigi, Londra o Madrid, e più simile all’espansione spontanea e disordinata delle città africane o sudamericane.

Questa crescita “coloniale” (come la definì Pasolini proprio 50 anni fa) non poteva creare un’area urbana omogenea e uniforme: sono nate in questo secolo e mezzo più “città” dentro quella che chiamiamo ancora Roma ma che ormai è una estesa area metropolitana dal mare fino ai primi rilievi appenninici. Gran parte dei romani sperimenta la grande difficoltà nel governare dal Campidoglio tutto l’enorme territorio comunale, la fatica della vita quotidiana nelle periferie dove le opportunità e i servizi sono carenti, gli scarsi collegamenti dentro la città e con i comuni dell’hinterland. Non esistono solo le due città di Platone, quella dei ricchi e quella dei poveri, ma almeno sette, un numero ricorrente nella geografia e nella storia di Roma.

La prima città è quella turistica che tutti conoscono: il centro storico dentro le Mura aureliane che continua a perdere residenti (attualmente ne conta solo 100mila) a vantaggio di turisti e uffici, almeno fino alla pandemia che l’ha lasciata disabitata e irreale, ma con il tasso di contagi maggiore di Roma. È la città più multietnica (25% di stranieri), con una forte presenza di single e vedovi, con il tasso di natalità più basso e con più unioni civili. Al contempo, è la parte di città con la maggiore offerta culturale e commerciale e con il maggior numero di piazze.

La seconda città è quella ricca che comprende Roma Nord da Prati e Parioli fino all’Olgiata, ma anche l’Appia Antica e l’Eur, con 420mila abitanti prevalentemente anziani e molto istruiti (41% di laureati oltre i 20 anni), con molti studenti e pochi disoccupati, che vivono in case grandi e costose, che ben si sono adattate alla quarantena. Qui l’indice di disagio sociale è il più basso della città, anche se i servizi pubblici non sempre sono diffusi.

La terza città è quella compatta, il melting pot popolare in costante trasformazione: la periferia dei palazzi intensivi lungo le vie consolari in tutti i quadranti di Roma, dove la qualità degli edifici e degli spazi pubblici è scarsa, ma in compenso la buona accessibilità al trasporto pubblico e un’ampia disponibilità di negozi e servizi, favorita dall’elevata densità, rende soddisfacente il «comfort cittadino» e aumenta le possibilità di partecipazione sociale. Nella città compatta vivono 880mila romani (poco meno di uno su tre), anch’essi prevalentemente anziani e poco attivi sul mercato del lavoro.

La quarta città è quella delle “enclave” della disuguaglianza, intorno ai vari nuclei di case popolari: dalle borgate ufficiali degli anni trenta (come San Basilio, Trullo e Primavalle) fino agli enormi edifici di Corviale, Laurentino e Tor Bella Monaca negli anni settanta-ottanta. Qui vivono, in case piccole (per il 20% di edilizia residenziale pubblica) e poco adatte alla quarantena, ma dove il contagio è il più basso della città, 530mila romani con un livello di istruzione troppo scarso (il 54% ha al massimo la licenza media) e con la più alta disoccupazione e il maggiore disagio sociale di tutta Roma.

La quinta città è quella anulare intorno al Raccordo, formata da insediamenti sparsi e discontinui, di origine sia abusiva che pianificata, che ospita 450mila romani, in lieve crescita negli ultimi 20 anni. È un’area eterogenea, ma fortemente caratterizzata dalla presenza del GRA come asse principale di ogni spostamento per il lavoro o il tempo libero, spesso verso gli enormi centri commerciali, multisala, negozi o McDonald’s che sorgono alle varie uscite, da Porta di Roma a nord a Ikea a sud-est fino al Parco de’ Medici a sud-ovest.

La sesta città è quella lontana delle periferie estreme, che si estendono oltre il Raccordo fino a saldarsi con le analoghe periferie dei comuni di prima cintura. Ci vivono più di 300mila romani, in rapidissima crescita (+53% dal 2001) per i nuovi quartieri come Ponte di Nona, con l’età media più bassa (il 32% è sotto i 30 anni) e le famiglie più numerose (il 25% ha 4 o più componenti). Sono spesso giovani coppie con figli piccoli, che godono di ampi spazi verdi ma subiscono la scarsità di negozi di quartiere, piazze e trasporto pubblico.

Infine, la settima città è quella sul mare: Ostia e il suo retroterra, che appare come un centro urbano a sé stante più che periferia di Roma, i cui 110mila abitanti aspettano da tempo collegamenti migliori con la città e la riqualificazione del litorale.

Roma è cambiata profondamente, ma la sua attuale complessità è gestita con strumenti obsoleti che appartengono ormai al passato. È urgente un ripensamento dei livelli di governance territoriale e programmazione economica, che sia in grado di trainare la città fuori dalla crisi e di conferirle un ruolo più incisivo tra le metropoli globali contemporanee. Senza aspettare altri 150 anni.

Il commento di Radio Radicale – Stampa e regime (dal min. 1:16:20)

Il podcast di Qutetc.E-Ce (intervista a Federico Tomassi, dal min. 07:30 e dal min. 30:20)

Ascolta “Qutetc.E-Ce / Amministrative2021. Le 7 Roma, i paletti dei 5Stelle e l'aut aut di Italia Viva” su Spreaker.