Dare un senso nuovo alla quarta Roma

Saggio di Federico Tomassi, pubblicato in G. Caudo (cur.), “Roma altrimenti. Le ragioni nuove dell’essere capitale“, 2017

Per dare “un senso nuovo” alla Capitale, in particolare “la quarta Roma” a cavallo del GRA, dove vive ormai gran parte dei cittadini romani, bisogna capire le forme acute di esclusione sociale e polarizzazione tra le diverse aree, che danno luogo a differenti livelli di qualità urbana. Roma appare intrappolata in una sorta di sviluppo a più velocità in cui alcuni pezzi di territorio e di cittadinanza resistono alla crisi e trovano anzi nuove occasioni favorevoli, mentre i pezzi più svantaggiati e vulnerabili ne subiscono gli effetti maggiori e più deleteri [1].

Non si tratta però (o quantomeno non solo) della tradizionale dicotomia tra centro e periferie. Questa caratterizza certamente le dinamiche demografiche, i livelli di istruzione, l’offerta di servizi e il consenso elettorale. Ma ad essa si accompagnano dinamiche più trasversali, come quella del disagio socio-economico e in particolare della disoccupazione, che caratterizzano soprattutto i quartieri di ceto medio-basso nel quadrante orientale della città, dentro e fuori il GRA, e si estendono verso il popoloso litorale di Ostia. O come anche la dislocazione degli stranieri, che non vivono concentrati in grandi banlieues ma piuttosto dispersi in vari schemi territoriali secondo le diverse nazionalità.

Le periferie non sono tutte uguali, e sono spesso forti le differenze tra le borgate ufficiali o abusive, vecchie dal punto di vista sia storico che demografico, e i nuovi insediamenti abitati da giovani coppie con figli, con età media più bassa e tassi di occupazione più alti. Comunque, i residenti nelle periferie più lontane – sia quelle abitate dai ceti medio-alti che quelle più popolari – sono lontani dalle sedi istituzionali e dai grandi e piccoli attrattori culturali, poco forniti sia di servizi di base che di spazi pubblici e collettivi, e – a torto o a ragione – si percepiscono spesso come insicuri e preoccupati dall’immigrazione. Qui sono minori e più deboli le relazioni interpersonali e i legami sociali perché si hanno poche occasioni di contatto, e appaiono limitate le opportunità di incontro tra persone e il “consumo” di beni relazionali.

Non è un caso che anche le dinamiche elettorali siano molto divergenti tra centro e periferie. In ogni elezione dal 2000 al 2016 vale infatti una sorta di legge gravitazionale della politica romana: i voti per partiti e candidati di centrosinistra sono direttamente proporzionali alla vicinanza dal Campidoglio, mentre quelli per il centrodestra (a cui nelle ultime elezioni si è sostituito il M5S) sono inversamente proporzionali. Peraltro, queste stesse tendenze continuano anche oltre il confine comunale, nei comuni di prima cintura dell’hinterland, che sono divenuti una “periferia della periferia” e dove il M5S ha conseguito numerosi successi elettorali.

Utilizzando le analisi di MappaRoma [2] per zona urbanistica, sono molti gli indicatori che, oltre al PIL e alle dinamiche imprenditoriali, mostrano i grandi cambiamenti demografici, sociali ed economici che hanno interessato Roma negli ultimi anni, insieme e spesso a causa dell’espansione edilizia.

In primo luogo, come è noto, la densità di popolazione diminuisce all’aumentare della distanza dal centro, rispecchiando la struttura fortemente monocentrica del sistema urbano. Le zone urbanistiche periferiche sono quasi sempre caratterizzate da indici di densità bassissimi, eccetto il quadrante est, da sempre il più urbanizzato. La tendenza è comunque verso un forte aumento di abitanti nei quartieri periferici, associata alla loro diminuzione nei quartieri centrali, in parallelo con le dinamiche edilizie e i valori immobiliari, che non riflettono una reale crescita della popolazione residente, stabile intorno ai 2,8 milioni di abitanti fin da metà anni 90. L’espulsione di parte della popolazione dalla città consolidata ha ulteriormente rafforzato le diseguaglianze socio-spaziali, oltre ad aggravare il funzionamento di una già complessa e frastagliata struttura urbana, e a rendere la gestione dei servizi pubblici più costosa e meno efficiente. Da un lato, i gruppi più deboli (giovani coppie, famiglie numerose, precari e immigrati) cercano case, spesso fuori dal GRA, più abbordabili per l’acquisto o l’affitto ma scarsamente dotate di servizi pubblici e privati, eccetto gli enormi centri commerciali che costituiscono il fulcro dei nuovi insediamenti. Dall’altro lato, le abitazioni più centrali diventano sempre più costose, venendo anche tolte dal mercato immobiliare e indirizzate verso la crescente domanda turistica, e dando vita a processi di gentrificazione, “airbnbizzazione” e  desertificazione dei residenti, tra cui rimangono soprattutto single e vedovi, in ogni caso con un’età media elevata.

Secondo, le caratteristiche demografiche condizionano la composizione socio-economica dei diversi quartieri, e in particolare l’incidenza dei titoli di studio. L’istruzione è un fattore cruciale nelle opportunità delle persone, nonché uno degli indicatori distribuiti in maniera maggiormente diseguale nel territorio urbano. Le distribuzioni di residenti in possesso di laurea e di quelli con licenza elementare oppure nessun titolo di studio sono speculari, e palesano una geografia monocentrica, a supporto dell’idea che, a Roma, la distanza dal centro è anche e soprattutto una distanza sociale. La quota dei laureati ai Parioli (II Municipio) è infatti pari a otto volte quella di Tor Cervara (IV). Anche la quota di studenti presenta picchi di concentrazione nelle zone benestanti sia a nord che a sud della città, dove sono maggiori le opportunità di andare a scuola, iscriversi all’università e rimanere di più nel percorso formativo.

Terzo, le opportunità lavorative sono il contraltare di quelle educative. Su questo rimane la frattura tra centro e periferia, sebbene maggiormente articolata e con alcuni casi particolari. Essere occupati non significa solo avere la possibilità di produrre reddito, ma anche e soprattutto far parte di una comunità, realizzare se stessi, sentirsi inclusi: per questi motivi le geografie della disoccupazione sono sintomatiche di disagio territoriale. Il GRA una volta ancora segna la città come una vera e propria barriera fisica e sociale, ma la disoccupazione insiste soprattutto nel quadrante est della città (Municipi IV, V e VI) e verso il litorale di Acilia e Ostia (Municipio X), proprio nelle aree urbane dove sono localizzate anche le maggiori infiltrazioni della criminalità organizzata.

Il modello socio-economico che ha caratterizzato Roma negli ultimi 25 anni circa contiene in sé, quindi, accanto a importanti elementi di novità, anche motivi di disagio, tensioni e disuguaglianze, evidenziati soprattutto dalla crescente frattura tra i diversi quartieri della città. Il “Modello Roma” non è riuscito a creare un nuovo motore di crescita della città alternativo alla crisi della pubblica amministrazione e della spesa pubblica, a governare le trasformazioni urbane, a modificare il tradizionale “regime” romano nei rapporti tra economia e politica, a creare vera innovazione, a uscire dalla subalternità verso le rendite, a contrastare la diffusa corruzione svelata dall’inchiesta “Mondo di Mezzo”, a estendere offerta culturale e domanda turistica fuori dal centro.

Non è solo un problema sociale, ma anche economico: se mancano azioni amministrative adeguate, tempestive, pianificate e consapevoli, le disuguaglianze e le polarizzazioni non vengono contrastate efficacemente, e di conseguenza  il territorio risulta segmentato tra zone con differenti livelli di qualità urbana. Dal punto di vista sociale, i benefici della crescita e le opportunità di acquisire lo “star bene” (le “capacità” à la Sen) non vengono ripartiti equamente, mentre dal punto di vista economico le potenzialità di sviluppo non vengono sfruttate pienamente, impedendo alla città di crescere allo stesso ritmo delle altre metropoli europee.

Le politiche pubbliche locali dovrebbero proprio operare per ridurre l’eterogeneità tra quartieri, favorire la diffusione dei benefici della crescita anche nelle periferie, e sostenere le opportunità di sviluppo su tutto il territorio comunale, in connessione con le infrastrutture e i servizi della città metropolitana. Alcuni problemi dipendono da scelte (o mancate scelte) urbanistiche di lungo periodo, su cui potrebbe incidere una visione complessiva di largo respiro che punti a fermare il consumo di suolo e a favorire la sostenibilità ambientale e la resilienza a shock e stress. Per alleviare altre numerose e diffuse disuguaglianze, l’azione amministrativa dovrebbe invece concentrarsi sugli “investimenti sociali”, nei quartieri che maggiormente subiscono la contrazione delle opportunità dovuta ai bassi livelli di istruzione, all’abbandono scolastico, alla ridotta partecipazione al mercato del lavoro, al difficile inserimento lavorativo, all’elevata disoccupazione, al disallineamento tra famiglie senza alloggio e case vuote, all’inadeguata prevenzione sanitaria. Ciò può essere raggiunto mediante progetti mirati e specifici sul territorio – riguardanti welfare, salute, casa, scuola, formazione e occupazione – da attuare in stretta collaborazione con l’associazionismo locale, grazie alla concentrazione e alla valorizzazione di risorse finanziarie comunali, regionali e nazionali abitualmente sprecate in troppi rivoli.


[1] Lelo K., Monni S., Tomassi F. (2016), Roma, tra centro e periferie: come incidono le dinamiche urbanistiche sulle disuguaglianze socio-economiche, XXVIII Conferenza annuale SIEP, Lecce; Tomassi F. (2017), Disuguaglianze e consenso elettorale a Roma, tra centro e periferie, Conferenza del Gran Sasso Science Institute “Roma in transizione”, L’Aquila.

[2] Blog www.mapparoma.info, che rende anche disponibile in formato open data il dataset utilizzato per le mappe.